Schegge di storia...o meglio, storia di una scheggia.

Un articolo appassionante per il quale ringrazio l'amico Massimo Serena.





Mi capita spesso, per lavoro, di dover entrare in qualche vecchia casa e non c’è giorno di lavoro più bello.
Questa volta sono entrato in un antico e storico palazzo nobiliare del centro di Bassano.


Il palazzo mi incuriosiva da anni, già mio padre ci aveva lavorato e le sue descrizioni degli interni e degli arredi rasentavano la leggenda....’ il palazzo è ancora tutto arredato, ma non ci vive più nessuno da anni. I mobili sono tutti coperti e riparati dalla polvere da lenzuola bianche’, e così via. Ahimè, l’accesso era impossibile, e così lo tenevo d’occhio dall’esterno ogni qual volta mi capitava di passeggiare per le vie del Centro, sempre con la speranza che, prima o poi, avessero ancora bisogno del mio lavoro.
Finalmente accadde. Il proprietario si mise in contatto con me e ci accordammo per un incontro sul posto un lunedì mattina. La notte precedente fu agitata, avrei potuto finalmente vedere coi miei occhi se le storie raccontatemi erano vere. La curiosità di scoprire dell’altro era grandissima....e fantasticai non poco su cosa avrei potuto vedere e, chissà, magari portare a casa.

Ore 7:30 di lunedì : ero in un bar del centro a far colazione. Ore 8:00 precise: ero di fronte al palazzo. L’attuale proprietario era lì ad attendermi: persona semplice e di poche parole, ma puntuale anche lui, cosa che ho apprezzato molto. L’essere di parola, al giorno d’oggi, sembra non andare più di moda.
Estrae una vecchia e grande chiave dalla tasca e mi fa entrare dalla porta principale: quell’atrio si rivela molto diverso da come me l’ero immaginato. Un atrio luminoso e con una scala pensavo, invece era una stanza buia e umida piena di cianfrusaglie di ogni tipo. Piccola delusione. Mentre saliamo lungo una sontuosa scala in marmo dal soffitto affrescato, il proprietario mi racconta che il palazzo è stato abitato fino agli anni 70circa, ma il suo interno, i sui impianti e l’arredamento sono rimasti
quelli originali dei primi del ‘900.
I fili della corrente sono tutti a treccia, esterni; i soffitti sono tutti affrescati; i pavimenti sono in veneziana, uno diverso per stanza. Alle pareti del salotto nobile pendono ancora i cordoni in broccato da tirare per far suonare i campanelli per la chiamata della servitù: un salto all’indietro di 100 anni in un secondo, bellissimo. Noto che i mobili rimasti sono pochi e mal ridotti e i quadri alle pareti non ci sono più: sono rimasti solo gli aloni sull’intonaco, a testimonianza della ricca pinacoteca della contessa che ci viveva. Il proprietario mi racconta un po’ della storia del palazzo, e vista la mia curiosità aggiunge anche qualche particolare in più. “I mobili e i quadri sono stati venduti agli antiquari già molti anni fa. Pensi che la contessa possedeva un quadro di Jacopo Da Ponte, che regalò via quand’era ancora in vita.”

Le mie aspettative vengono molto deluse. Il palazzo si presenta ormai vuoto, pieno solamente di inutili suppellettili e cianfrusaglie, che per l’attuale proprietario sono solo fonte disagio per il continuo lavoro di smaltimento che deve compiere per sbarazzarsene.
Dopo una buona mezz’ora trascorsa a discutere e a visitare la villa assieme al proprietario, il quale, molto gentilmente, si è improvvisato guida turistica, torno per un attimo al mio lavoro: mi spiega di cos’ha bisogno e ci accordiamo per un altro appuntamento con gli attrezzi e il materiale necessario.
Scendiamo dal piano nobile, usando questa volta la scala della servitù. Scendendo le povere e polverose scale in legno noto, in un bacile in terracotta pieno di cianfrusaglie, quella che sembra una scheggia di bomba, e che pare avere anche degli strani segni su un lato. Mi fermo e chiedo se la posso prendere. Il proprietario si fa una risata e mi dice di prendermi tutto il bacile, così avrà meno roba da buttare.


Non me lo faccio ripetere due volte: prendo il tutto, saluto e me ne vado di corsa, prima che cambi idea, non si sa mai. Vedo di uscire il più in fretta possibile dal centro della città: un uomo con un catino di terracotta di 100 anni fa pieno di immondizia non è cosa che passi inosservata, e quindi, onde evitare l’incontro con l’anziana signora di turno, pronta a chiedere cosa mai mi stia succedendo, me ne torno in macchina molto velocemente. Entro pago il parcheggio e vivo ancora per un attimo sospeso e dilaniato dal desiderio di vedere cosa sono quei segni che mi sembravano parole incise. Prolungo l’attesa della scoperta, sicuro ormai che il pezzo è mio; in fin dei conti l’attesa stessa fa parte del piacere della scoperta.


Arrivo a casa, entro e con calma, ma carico di curiosità ,scarico dalla macchina il bottino. Cerco immediatamente la scheggia: una bella scheggia grossa, pesante, dai bordi taglienti come rasoi, molto diversi dai bordi delle schegge che di solito si trovano in montagna.
La trovo, la prendo in mano, e....Sì, i segni sono delle scritte incise! Fantastico su cosa potrebbe essere scritto, sul perché avrebbero deciso di scriverci qualcosa. Mah, forse il ricordo di una passeggiata sui luoghi della guerra, chissà...
Cerco un po’ di olio e una fine paglietta, spruzzo, pulisco ed ecco apparire delle lettere incise chiaramente, in un bel corsivo, quello delle vecchie calligrafie, splendido esempio di scrittura ‘ nobile ‘, non in Times New Roman.
Scheggia di granata da 280 . Bassano 4 agosto 1916

Caspita! Ha a che fare con la guerra e con Bassano! Però sembra che abbiano dato delle indicazioni infondate, un po’ a casaccio: come fanno a sapere che si tratta proprio della scheggia di un 280? E poi, a Bassano nel ‘16 la guerra ancora non c’era. Inoltre, che ci fa una scheggia di granata italiana a Bassano? Il grosso delle truppe arriva qui dopo Caporetto, e Bassano gli italiani non l’hanno certo bombardata. Bah, delusione. Farò comunque una ricerca su quella data così precisa. La ributto sul catino in terracotta e torno al lavoro, ci penserò sta sera.
La cosa però mi ronza in testa: perché scrivere proprio quella data, su una scheggia poi?....Deve esserci un senso.

Chiamo l’amico Ruggero Dal Molin esperto di storia della grande guerra di Bassano e gli chiedo se la data 4 agosto 1916 gli dice qualcosa, non specificando nient’altro. Mi dice di sì, ma non ne è certo, appena può controlla e mi richiama. Ritorno al lavoro col tarlo.
Neanche 2 minuti e mi arrivano una sfilza di foto su w app e subito dopo una sua telefonata. "Ti ho mandato una serie di foto della stazione dei treni di Bassano bombardata da un aereo austriaco proprio il 4 agosto 1916. È un fatto famoso e importante per la storia di Bassano: l’ aereo bombardò la stazione dei treni, centro di smistamento dei convogli ferroviari militari del nord Italia, e quel giorno il bombardamento centrò un carro ferroviario che trasportava granate italiane da 280. Ora mi dici perché mi chiedi proprio di quella data? "

Io dall’altra parte del telefono non so dove sedermi, tanto mi tremano le gambe. Silenzio, un attimo che deglutisco e riprendo a parlare: " Perché ho trovato una scheggia di una bomba esplosa quel giorno, in quel treno. Proprio parte di una di quelle granate!"



Mi rendo conto di aver fatto bingo. A dire il vero non è la prima scheggia ‘ storica’ che vedo; mi era capitato un'altra volta, in una cantina, di imbattermi in una scheggia di granata raccolta sul ponte di Bassano dopo essere stato bombardato, ma quella volta non ero riuscito a far cedere il proprietario. Ora la particolare scheggia ha una vetrina tutta per lei. Penso alle migliaia di schegge disseminate sulle montagne. In fin dei conti, tutte meriterebbero una vetrina tutta per loro. Non hanno nulla di diverso da questa. L’unica diversità sta in chi l’ha trovata e ha avuto il ‘ cuore’ di scriverci sopra cos’era per lui. Una testimonianza, un segno , un ricordo di cosa aveva vissuto la sua città. Così dovremmo fare anche noi con le schegge che troviamo. Forse è l’idea delirante di un appassionato della storia del suo paese, ma ogni piccola scheggia dovrebbe ricordare a chi la trova tra quante e quali sofferenze sia passato il nostro Paese.


Spero che, la prossima volta che troverete una scheggia, la guarderete con occhi diversi, perché quella scheggia viene dal Grappa, dal Pasubio, dall’Isonzo, o dal Carso. Ognuna merita la sua vetrina.

 

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