Il mistero delle cartucce manipolate

I campi della prima guerra mondiale ne riportano numerosi esempi, ma per noi potrebbe non essere così immediato comprendere il perchè di questa "anomalia".

La risposta è da ricondurre alla necessità di penetrare con maggior forza le corazze nemiche, che nel frattempo, con la Grande Guerra avevano visto l'esordio della corazza indossabile.

Evidentemente non tutti soldati potevano però disporre dei calibri più robusti: il fante, ad esempio, avrebbe dovuto ingegnarsi per trovare una soluzione congeniale per bucare le piastre, in attesa del debutto delle cartucce perforanti. E allora ecco venire in soccorso un trucco "fai da te", per ottenere un risultato simile. Come? Estraendo la palla dalla cartuccia, facendo un po' di gioco e reinserendola capovolta, forzandola nel colletto del bossolo. Un sistema opposto era quello di incidere o tagliare la punta del proiettile con la baionetta o altri utensili, con lo scopo di ottenere un impatto meno lesivo per la corazza ma più deleterio sui tessuti del corpo. Un'alternativa, quest'ultima, meno funzionale oltre che "rischiosa", perchè poteva portare al risultato spiacevole di sparare solo il nucleo in piombo, intasando la canna con la camiciatura.

Appare difficile pensare, in ogni caso, che questa soluzione venisse considerata da tiratori scelti, anche solo per la costanza richiesta nelle prestazioni delle cartucce. Mentre per il fante, la controindicazione più spiacevole era il possibile inceppamento durante un combattimento. È interessante, a proposito di questo espediente particolare, riprendere il report dell'accusa di un soldato francese in servizio nella Piccardia, rivolta ai tedeschi per l'utilizzo delle palle rovesciate nei combattimenti a distanza ravvicinata. La descrizione riportata dal soldato è pubblicata su un numero del New York Times del 1915, in cui si fa riferimento a pallottole esplosive, caricate in maniera diabolica: tali proiettili sparati a distanza d'ingaggio avrebbero provocato ferite devastanti.

 

Si ringrazia per le Foto Ruggero Pettinelli

 

 

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