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Un'altra sorpresa dal Doss Trento, aspettando il nuovo Museo degli Alpini

Un territorio fertile che non smette di stupire e di raccontare vicende di un luogo della memoria eterna come la Valle dell'Adige, che sottoterra e fuori, porta i segni di una storia ultramillenaria.

Il Doss Trento è il teatro dell'ennesimo rinvenimento, che giovedì 4 ottobre ha riportato alla luce i resti di una necropoli longobarda. Lo spettacolo inatteso si è disvelato agli occhi del cantiere, dall'8 maggio scorso al lavoro per l'ampliamento del Museo Nazionale Storico degli Alpini di Trento. Permesso all'ampliamento concesso in deroga al P.R.G del Comune di Trento, su pressione dell'ANA.

Sito espositivo che si trova in un'area peraltro densa di storia riconducibile alla Grande Guerra, con la presenza già di una polveriera fortificata austro-ungarica. Museo che vedrà ultimato l'ampliamento nel 2019, e che il presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, durante la posa della prima pietra ha definito non una spesa, ma un "investimento per la memoria e il rispetto".

L'indagine archeologica che ha accertato l'origine dei resti funerari è coordinata scientificamente dall'Ufficio beni archeologici della Soprintendenza provinciale per i Beni culturali e condotta sul campo da Cora Società Archeologica. Per quanto riguarda le sepolture rinvenute, si tratta di 13 persone tra adulti, maschili e femminili, giovani e bambini. Le strutture funerarie sono piuttosto semplici, costituite da fosse semplici perimetrate con pietre, mentre i corredi funerari, non presenti in tutte le tombe, sono rappresentati da parti del vestiario, da armi come la spada o il pugnale e da altri elementi come uno spillone o un pettine in osso.

 

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